lunedì, aprile 07, 2008

Le licenze d'uso non limitano le libere utilizzazioni

Questo post di Minotti ha sollevato molte polemiche, soprattutto nel mondo "open". Tuttavia, non riesco a capire il motivo di tanta insofferenza.

Dice Minotti: non ho mai compreso la cieca adesione fideistica manifestata specie dai blogger.

Beh, non l'ho mai compresa nemmeno io. Tant'è che molti adottano le licenze CC e poi vengono a chiedere delucidazioni sul loro contenuto. E' assurdo: dovrebbe avvenire il contrario!

Continua Minotti: le ho messe anch’io [n.d.r.: licenze CC] per quel fondamentale e imperdonabile errore che si chiama omologazione e che mi ha fatto perdere di vista la mia cultura giuridica.
Questa mi pare semplice autocritica.
Alzi la mano chi sa veramente cosa significano queste licenze (e le “cugine” GPL), quali sono le basi e le conseguenze giuridiche. Pochi, direi, e ditemi pure presuntuoso.

La percentuale degli utilizzatori delle licenze CC che, prima di adottarle, si prendono la briga di leggerle, è bassa: lo dimostra il fatto che molti sono convinti che le licenze CC non servano a rinunciare all'esercizio esclusivo di una serie di diritti di utilizzazione economica, ma a "proteggere le opere" (come se Creative Commons fosse una sorta di "Siae buona"). Questo equivoco è stato causato anche da Creative Commons, che fino a poco tempo fa sosteneva di avere creato "un nuovo diritto d'autore" (sic): fortunatamente sono riuscito a fare cambiare la dichiarazione sulla home di creativecommons.it.

Andiamo avanti nella lettura del post di Minotti (si tratta di estratti). La legge sul diritto d’autore le disciplina a partire dall’art. 65 [n.d.r.: libere utilizzazioni] e mi sembra chiaro che, pur evidenziando alcuni dati dell’opera, nessuno può impedire un link e la riproduzione di un titolo. Eppure, una lettura non corretta (non conforme alla legge, che comanda sempre nel contrasto) delle Creative Commons può portare alla paradossale conclusione che esse non garantiscono sempre la libera circolazione del sapere, ma, al contrario, talvolta la limitano per giunta - vale la pena di ribadirlo - in contrasto col nostro ordinamento.

Che una lettura non corretta delle licenze CC possa portare alla paradossale conclusione in oggetto è confermato da quanto è effettivamente accaduto nel celebre caso "Casa Pannella".

E' perfettamente inutile che l'articolo 2 delle licenze CC informi il licenziatario dell'esistenza delle libere utilizzazioni ai sensi di legge (la parodia, peraltro, non ha una tutela legale ma è una costruzione giurisprudenziale su base costituzionale), se la licenza non viene letta correttamente o, addirittura, non viene letta!
E il "bello" è che non soltanto le licenze CC non vengono lette da chi le utilizza, ma non vengono lette nemmeno da chi le scrive! Paradossale? Sì. Ma anche vero: guardate qui. I punti 4a e 4b sono identici. E' stato ripetuto due volte lo stesso punto e manca un intero punto! Ed è proprio il punto chiave della licenza (quello che contiene la clausola copyleft)! Delle conseguenze giuridiche di questo pasticcio abbiamo già parlato e non mi ripeterò.

P.Q.M. credo che quella di Minotti fosse una critica costruttiva, descrittiva di una situazione realmente esistente, e che non meritasse di finire sotto l'egida dei CCrociati.

2 commenti:

Daniele Minotti ha detto...

Si', intento decisamente critico e non distruttivo.
Mi spiace essere stato interpretato male. Ma noto anche che se si *osa* criticare, le critiche sono automatiche, incomprensibili e talebane.
Non dovrebbe essere cosi'.
Io prego di leggere quanto risposto al prof. De Martin e ad Aliprandi. Il senso del mio pensiero e' li'.
Grazie per questa interpretazione che si avvicina molto al mio pensiero.

k2 ha detto...

La "Critica della Ragion CCommons" raramente viene presa con "filosofia". A mio parere questo accade perché alla base del progetto CC c'è una forte componente ideologica che finisce per mescolare, pericolosamente, l'adesione ad un modello culturale e l'utilizzo di una licenza. La scelta della licenza CC dovrebbe essere più consapvole ed avvenire sulla base di precise necessità individuali. Molto spesso, invece, la scelta avviene come automatica conseguenza della partecipazione collettiva al movimento del "freecopyright".

A parte queste considerazioni, riconducibili forse all'ambito della sociologia del diritto, sono certo che De Martin ed Aliprandi, che conosco e stimo per non essere "talebani" (De Martin, public lead di cc.it, ha sempre accettato le critiche... anche critiche più marcate di quelle di cui si discute), avranno compreso le spiegazioni contenute nelle risposte.