Sapete che associare in modo certo autore, licenza ed opera è fondamentale. Così come sapete che una licenza richiede la forma scritta.
Ma come si fa ad associare autore, licenza ed opera? E come si fa ad ottenere la forma scritta? Si può utilizzare la firma elettronica qualificata. E chi non ce l'ha? Può utilizzare la firma elettronica (semplice). Quale? PGP/GPG? Il problema di PGP/GPG, parzialmente e scomodamente risolto dai key signing party, sta nel fatto che non sempre il firmatario è chi dice di essere. E allora, come facciamo? Facciamo così. Ci facciamo identificare da una CA (peraltro non interessata ai nostri soldi) e ottieniamo il nostro certificato di firma elettronica. Con un semplicissimo software... Più semplice di PGP? Sì, dicevo... con un semplicissimo software generiamo una licenza che indica il digest sha-1 del file-opera. Con lo stesso software firmiamo la licenza utilizzando il nostro certificato. E il gioco è fatto: ci vuole più a dirlo che a farlo. E poi cosa accade? Accade che i licenziatari possono verificare, con lo stesso software, che una CERTA opera è stata rilasciata con una CERTA licenza, da un CERTO autore, in una CERTA data. E dunque? E dunque il licenziatario potrà sempre opporre la licenza al licenziante e a chiunque altro. Anche alla SIAE? Sì, anche alla SIAE, ad SCF e compagnia cantante. Bene. E poi? E poi il licenziatario, se dispone anch'egli di un certificato di firma, può aggiungere la sua firma alla nostra (c.d. firma multipla). Utilizzando lo stesso software? Certamente! Ma con quel software posso firmare anche le licenze creative commons? Puoi firmare tutto quello che vuoi, anche una petizione on-line.
p.s. I dialoghi della voce fuori campo sono rilasciati con licenza creative commons. Il resto è nel pubblico ludibrio.
E già: quante persone tra quelle che utilizzano gli articoli dell'enciclopedia più grande del web rispettano il copyright? Ho fatto una piccola ricerca: migliaia di utilizzazioni, ma tutte illegittime! Provate a digitare in un motore di ricerca "tratto da Wikipedia": vi appariranno migliaia di utenti (quelli che citano la fonte: una minoranza!) i quali ritengono che menzionare Wikipedia sia sufficiente. Nulla di più sbagliato.
Gli articoli di Wikipedia, infatti, non sono nel pubblico dominio ma sono rilasciati con licenza GFDL: e dunque la licenza deve essere sempre indicata.
Ma attenzione, indicare la licenza non basta!
Wikipedia, infatti, chiede che vengano sempre citati i 5 maggiori contributori dell'articolo utilizzato. L'impresa è quanto mai ardua: per capire chi siano i 5 maggiori contributori è necessario leggersi tutta la cronologia (non basta osservare la quantità di bit modificati, perché potrebbe ben trattarsi di vandalismi o modifiche non rilevanti). E ci sono articoli che hanno una cronologia lunghissima!
Ora voi potreste dire: volendo si può rispettare il copyright di Wikipedia. E' vero. Volere è potere. Ma la domanda è: quanti sono a conoscenza della regola suddetta? E quanti, tra quelli che la conoscono, la rispettano?
Non capisco: ci scervelliamo per progettare riforme del diritto d'autore, per andare oltre questo diritto d'autore... ma non ci rendiamo conto del fatto che noi stessi, consapevoli o meno, lo abbiamo già superato. E lo abbiamo superato, ancor prima di entrare nel cyberspazio, quando, per poter studiare, fotocopiavamo i libri! Apriamo gli occhi: il copyright sta morendo come gli alieni ne "La Guerra dei Mondi" (lo stiamo espellendo naturalmente come un corpo estraneo). La legge non muore quando viene abrogata, muore quando nessuno è in grado di rispettarla e quando lo Stato non è in grado di farla rispettare!La legge muore quando c'è una discrepanza tra la società civile e l'ordinamento giuridico, quando i principi costituzionali (pensate, ad esempio, all'art. 33: l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento) restano lettera morta: allora è tempo di riprenderci la nostra libertà... e, per fortuna, siamo fatti per essere liberi.
Il copyright sta collassando: stanno estendendo la sua durata (anche in via di fatto, attraverso le misure tecnologiche di protezione), ma non possono fermare un fenomeno sociale, quello della condivisione incondizionata, che, dal ragazzino al finanziere, dalla casalinga al notaio, dal prete al peccatore, coinvolge, più o meno ipocritamente, TUTTI. Quando vedete il giudice Pinco o il maresciallo Pallino fare la loro consueta corsetta al parco, affiancateli e chiedetegli dove hanno preso la musica che stanno ascoltando col loro player mp3. Non solo: più il copyright viene ingigantito, più le persone, consapevolmente o inconsapevolmente, lo violano. Chi rispetta pedissequamente, oggi, la legge sul diritto d'autore? Prendete un blog qualsiasi... il mio... e notate, ad esempio, il modo in cui le immagini vengono prese dal web e riutilizzate. Vi pare corretto? Non è mai indicato l'autore, non è mai indicata l'eventuale licenza con cui l'opera è stata rilasciata (e già: l'immagine qui sopra è stata presa qui, ma se non vi faccio l'elenco di TUTTE le licenze con cui è stata rilasciata, per la legge non posso riprodurla!). In molti casi l'immagine non potrebbe nemmeno essere utilizzata. E questo ovviamente costituisce anche un inadempimento contrattuale nel rapporto tra me e blogger.com, che potrebbe essere ritenuto responsabile per le immagini che io ho caricato sul suo server. E come vengono cercate e trovate le immagini? Nella stragrande maggioranza dei casi attraverso motori di ricerca che, a loro volta, riproducono illegalmente le immagini (deep linking, framing... ) limitandosi a dire È possibile che l'immagine sia stata ridimensionata e sia protetta da copyright. Suona davvero come una presa in giro. Eppure tutto ci sembra assolutamente normale: il non addetto ai lavori non ha la percezione di vivere nella costante violazione del copyright. Perché? Perché il buon senso ci dice che il diritto alla comunicazione e all'informazione (pensate anche alla semplice riproduzione di un articolo di giornale) non può essere mortificato per questioni di copyright. La legislazione sul copyright non ha saputo adeguarsi all'avvento di Internet, né sembra mostrare elasticità. In Italia l'unica miniriforma che è andata in porto è quella che dà la possibilità di utilizzare immagini degradate per scopi didattici: è come imparare l'astronomia esplorando lo spazio con le lenti farcite di NUTELLA®. E non sappiamo nemmeno con quanta NUTELLA® devono essere farcite le lenti. Ecco spiegato in breve il paradosso che stiamo vivendo. Ed è questo paradosso, questa inadeguatezza delle leggi che dovrebbe essere compresa e percepita. Da tutti: gli utenti e gli amministratori. Faccio una proposta. Da una parte, proviamo a descrivere come sarebbe il mondo se tutti rispettassero o avessero rispettato la proprietà intellettuale (proviamo a descrivere quel mondo immaginario, così lontano dal nostro quotidiano) e vediamo se è un mondo vivibile e/o auspicabile (anche economicamente... è stato dimostrato, ad esempio, che i brevetti non hanno tutelato la creatività ma l'hanno frenata!) . Dall'altra parte, invitiamo le persone (i blogger in primis) ad "autodenunciarsi": basta un banner in cui si dice "il mio blog viola il copyright, ma non me ne ero mai accorto". E incominciamo dai politici! Sì, oramai anche loro hanno un blog e sicuramente violano il copyright. Ma anche le forze dell'ordine e l'autorità giudiziaria (italiane ed estere) hanno siti che violano il copyright... :-) Facciamo l'elenco di tutte le violazioni riscontrate, pubblichiamole man mano in rete e spediamo un resoconto alla WIPO. Chissà, magari anche sui siti della WIPO è riscontrabile qualche violazione? :-) Può essere un modo per mettere in luce l'inadeguatezza delle nostre leggi e per aprire davvero la strada al cambiamento necessario. Poi potremmo anche occuparci del cambiamento possibile. Ad esempio, potremmo distinguere tra il lavoro dell'autore e l'arte, chiedendo una remunerazione per il primo e libertà per la seconda. Ma questa è un'altra storia.
In questo comunicato il CODACONS informa i consumatori circa la possibilità di caricare e scaricare dal proprio sito libri scolastici:“Ogni classe può acquistare un solo libro ed inserirlo on line attraverso il nostro sito, così da renderlo stampabile per ogni studente. Con tale iniziativa vogliamo applicare subito l’art. 15 della legge 112/08 che consente già per l’anno scolastico ai blocchi di partenza di accedere gratuitamente ai testi disponibili su internet”. Ecco un bel modo per mettere nelle grane le famiglie già oberate dal caro-libri. Perché?
Il comma 1 dell'art. 15 del decreto-legge 112/2008 (convertito dalla legge 133/2008) così recita: 1. A partire dall'anno scolastico 2008-2009, nel rispetto della normativa vigente e fatta salva l'autonomia didattica nell'adozione dei libri di testo nelle scuole di ogni ordine e grado, tenuto conto dell'organizzazione didattica esistente, i competenti organi individuano preferibilmente i libri di testo disponibili, in tutto o in parte, nella rete internet. Gli studenti accedono ai testi disponibili tramite internet, gratuitamente o dietro pagamento a seconda dei casi previsti dalla normativa vigente. Cosa significa? Significa forse che chiunque può prendere un libro scolastico, scannerizzarlo, metterlo sul proprio sito web e renderlo disponibile per il downloading? Assolutamente no. La norma, con tutta evidenza, intende promuovere l'adozione di libri non cartacei, in quanto meno costosi. Pertanto, i competenti organi sono invitati (non esiste alcun obbligo) a scegliere i libri di testo tra quelli disponibili su Internet. Così gli studenti potranno scaricare (gratuitamente se i libri sono distribuiti gratuitamente, a pagamanto se i libri sono distribuiti a pagamento) i libri adottati.
Dunque: 1. se un libro è scaricabile gratuitamente dal sito del distributore, non serve a nulla poterlo scaricare gratuitamente dal sito del CODACONS; 2. se un libro è scaricabile a pagamento dal sito del distributore, il CODACONS non può distribuirlo gratuitamente (a meno che - ipotesi assai remota - il titolare dei diritti non abbia rinunciato all'esercizio esclusivo del diritto di distribuzione); 3. in entrambe le suddette ipotesi, è illegale - se non autorizzato - sia per il CODACONS caricare il libro sul proprio sito sia per gli studenti scaricarlo dal sito del CODACONS. Buon anno scolastico.
Nei commenti relativi al post precedente è sorto il tema in oggetto. Mi segnalavano ieri un post di Scialdonein cui egli si domanda: Adesso, se uso memories child in un contesto commerciale Ascap procederà alla riscossione dei relativi diritti? Riuscirò a far valere la mia licenza Attribution e le relative disposizioni?
E' una bella domanda. Una domanda che apre due finestre: una sul mondo delle collecting societies ed una sul mondo delle licenze open content. Per quanto riguarda il primo aspetto,possiamoragionevolmente ritenere che, una volta concesso, a titolo gratuito, il permesso di utilizzare commercialmente un'opera (questo accade ad esempio con una licenza CC-BY), i licenziatari possano legittimamente rifiutare la corresponsione dei compensi. Del resto la licenza CC-BY sul punto è inequivocabile: Il Licenziante rinuncia al diritto esclusivo di riscuotere compensi, personalmente o per il tramite di un ente di gestione collettiva (ad es. SIAE), per la comunicazione al pubblico o la rappresentazione o esecuzione, anche in forma digitale (ad es. tramite webcast) dell’Opera. Licensor waives the exclusive right to collect, whether individually or via a performance rights society (e.g. ASCAP, BMI, SESAC), royalties for the public performance or public digital performance (e.g. webcast) of the Work.
Per quanto riguarda, invece, l'opponibilità di una licenza open content, se autore, licenza ed opera non sono associabili con le certezze che il diritto richiede, provare di essere licenziatari può diventare molto difficoltoso (noi abbiamo contribuito allo sviluppo di un software che, utilizzando la firma elettronica e l'impronta digitale del file/opera, consente di arginare questo problema; vi rimando al sito per gli approfondimenti tecnico-giuridici).
Riassumendo, possiamo trovarci di fronte a 3 situazioni diverse (tutte riguardanti il caso del rilascio di un'opera con una licenza CC-BY o simile): 1. la collecting society non richiede compensi e il licenziatario non li corrisponde; 2. la collecting society richiede compensi ma il licenziatario non li corrisponde in quanto riesce a far valere la licenza; 3. la collecting society richiede compensi e il licenziatario li corrisponde in quanto non riesce a far valere la licenza.
E' il gioco delle tre carte. Siate autori o fruitori, che la fortuna vi assista.
Dato il "caloroso abbraccio" con cui vengono accolti i miei corsivi sui modelli parassitari cc-based, torno ad occuparmene. Questa volta la mia attenzione si posa su Jamison Young, un artista incastellato in BeatPick.
Jamison, che mi auguro possa ottenere visibilità per avere contribuito alla colonna sonora del film X-Files: I Want To Believe (la sua Memories Child è utilizzata quale background vocal per 1 minuto e 30 secondi nella sequenza 15), lamenta una mancanza di chiarezza da parte di BeatPick circa il suo business model. Opinioni.
Jamison mi mostra vari contratti, tra cui quello che ha stipulato con BeatPick e quello che BeatPick ha stipulato conTwentieth Century Fox Music. In breve: l'artista permette a BeatPick di esercitare sulle opere oggetto del contratto un'ampia gamma di diritti patrimoniali, compreso il diritto di licenziare e sublicenziare le opere stesse. BeatPick, non essendo titolare dei diritti sulle opere (non avendole né create, né ricreate, né eseguite, né prodotte) non avrebbe alcun titolo per rilasciarle con una licenza creative commons. Ma se, in un contratto, l'artista permette a BeatPick di essere licenziante CC in relazione alle proprie opere, allora BeatPick diventa a pieno titolo ed irrevocabilmente Licensor:quand'anche il contratto tra l'artista e BeatPick giunga a risoluzione (nel caso in esame ciò è effettivamente accaduto), BeatPick continua ad essere CC-NC Licensor. Poco importa, ai fini del business, se non si è titolari dei diritti, se non si ha il diritto di esercitarli in modo esclusivo... l'essere licenzianti è più che sufficiente. Se poi si dispone di una struttura ed una organizzazione più forti di quelle che il singolo artista (anch'egli Licensor, ma "Licensor dei poveri") può permettersi (ed evidentemente chi si rivolge a un intermediario è meno forte dell'intermediario stesso), è chiaro che il parassita riuscirà sempre e per sempre a succhiare sangue. Ma non si limiterà a succhiare: porterà il sague ad intermediari più grossi. Ecco che, per citare il caso in esame, BeatPick, CC-NC Licensor, diventa "Classic Licensor" in un accordo commerciale tra la net label e Twentieth Century Fox Music. Degna di nota è la voce WARRANTY, in cui troviamo scritto: Licensor [BeatPick]represents and warrants that it owns or controls 100.00% of the copyright... Ma come? Non è l'artista il titolare di tutti i diritti sulle opere? Non è forse questo che BeatPick scrive, con formula non felicissima, sul suo sito (Offriamo agli artisti contratti non esclusivi. Questo significa che la proprietà della musica resta a loro.)? Se BeatPick non ha la proprietà della musica, come può garantire a Twentieth Century Fox Music di avere la proprietà o il controllo del 100% del copyright?
Ma forse, ripercorrendo il percorso descritto, la domanda più sensata è: cosa ha a che fare tutto questo con le libertà digitali o, per volare più in basso, con business models innovativi? Cosa c'è di così innovativo nel vedere un intermediario che vende musica a una multinazionale e un artista che critica l'intermediario perché lo ritiene poco trasparente? Ancora una volta tengo a sottolineare che non ho nulla contro i parassiti: se dio li ha fatti un motivo ci sarà. E c'è anche chi li adora. Gusti.
Ho immaginato un dialogo tra un cattolico e un musulmano - entrambi integralisti - sul rispetto per le donne. Eccone un assaggio.
Il musulmano dice al cattolico: "Gesù nella Tua Bibbia tratta male Sua Madre! Leggi Giovanni 2,4: E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». Ti sembra un bel modo di rivolgersi a una donna? Tu parleresti così a tua madre, a tua sorella, a tua moglie? E leggi 1-Timoteo 2,11-12: La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all'uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo.".
Il cattolico risponde al musulmano: "Leggi il Tuo Corano (4:34): Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l'insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse. Allah è altissimo, grande. Ti pare un bel modo di trattare le donne? Il Vostro Dio vi dice di picchiarle se non obbediscono all'uomo! Beh, deve essere normale per voi, visto che imponete alle donne di coprirsi (24:31) e le lapidate se vi tradiscono!".
Il musulmano: "No! Il Corano non prevede alcuna lapidazione per le adultere. Leggi piuttoso 1-Corinzi 11,7-10: L'uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell'uomo. E infatti non l'uomo deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo; né l'uomo fu creato per la donna, ma la donna per l'uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza... E leggi Deuteronomio 22,20-21: Ma se la cosa è vera, se la giovane non è stata trovata in stato di verginità, allora la faranno uscire all'ingresso della casa del padre e la gente della sua città la lapiderà, così che muoia, perché ha commesso un'infamia in Israele, disonorandosi in casa del padre.".
Il cattolico: "Questo è scritto nell'Antico Testamento, nel Nuovo Testamento non c'è traccia di lapidazioni. Invece il Tuo Omar afferma che Maometto ordinò la pena del Rajam. E comunque nel Tuo Corano (24:2) la fornicatrice viene flagellata con 100 colpi di frusta! Gesù, invece (Gv 8,1-11) salva l'adultera: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei.".
Il musulmano: "La stessa pena è prevista per il fornicatore, quindi non c'è sperequazione. Comunque, nel mio paese non si lapidano le donne, mentre nel tuo paese le donne venivano torturate e bruciate! Ti sei già dimenticato della Tua Santa Inquisizione? Leggi il Malleus Maleficarum!".
Il cattolico: "E proprio tu vieni a parlarmi di sterminio di infedeli? Voi fate delle stragi in nome di Allah! Comunque, nel tuo Corano (4:15) è scritto Se le vostre donne avranno commesso azioni infami, portate contro di loro quattro testimoni dei vostri. E se essi testimonieranno, confinate quelle donne in una casa finché non sopraggiunga la morte o Allah apra loro una via d'uscita.".
Una voce dall'alto: "Pensavo foste due piccoli maschilisti, invece siete due grandi imbecilli. Come ho fatto a farvi così stupidi? Dove ho sbagliato?". I due restano perplessi per qualche istante e poi ricominciano...
Il musulmano: "Tu non sai cos'è il Jihad. Ibn Rushd... come lo chiamate voi... Averroè, distingue 4 tipi di Jihad [...]
Mi espone il mio amico Gennaro Francione (promotore dell'anticopyright) una tesi molto lineare sul caso Pirate Bay: Quelli che s’indignano sono i creativecommonisti ma come possono se anch'essi difendono il diritto d’autore? Eh, caro Gennaro, non so come si possa conciliare difesa radicale del diritto d'autore e difesa del file sharing illegale. Consideriamo, però, che dire idiozie è gratis e che gli idioti "ultimamente" vanno via come il pane.
Novità importantissime dal fronte della libertà. Marco D'Itri ha creato un web widget da installare su blog o siti web per misurare l'impatto del sequestro del sito The Pirate Bay sugli utenti Internet italiani.
Per misurare la censura di Marco D'Itri, invece, vi basta fare un salto qui, qui, qui.
E' di questi giorni la notizia che Creative Commons sta cercando di capire, grazie al contributo degli utenti, cosa debba intendersi per commerciale e non commerciale. A tal fine sta organizzando una convention. Siamo al paradosso: anziché chiarire i concetti di commerciale e non commerciale nelle versioni successive della licenzaCC (aggiungendo una bella definizione chiarificatrice), Creative Commons vorrebbe che la Rete - che, come scrive Lessig, ha cancellato la differenza tra commerciale e non commerciale - le spiegasse cosa debba intendersi per commerciale e non commerciale.
Ma si tratta davvero di un concetto di difficile comprensione per gli statunitensi?
Forse non tutti sanno che, anche per quanto riguarda la definizione di "non commercial", Creative Commons ha ripreso sostanzialmente la formula base contenuta nelle fattispecie penali del Copyright Act: commercial advantage or private financial gain.
La giurisprudenza USA ha già messo un confine tra commerciale e non commerciale. E trattandosi di un sistema di common law, è un confine cha ha una certa solidità. Perché non prenderlo in considerazione? Se Mr Brown arriva davanti al giudice Powell, non può certo dirgli "no, guardi, si sbaglia, veda l'interpetazione dell'utente Pippo".
Noi "continentali" anziché adattare la licenza CC al nostro sistema giuridico (e parlare di scopo di lucro, profitto... ), abbiamo ancora una volta tradotto più o meno consapevolmente il codice USA (per questo ho parlato talvolta di imperialismo giuridico). Per cui disponiamo di una definizione che facciamo fatica a capire e ad analizzare. E' normale. Non è normale il disorientamento di Creative CommonsCorporation.
Ma andiamo avanti con l'esame del commerciale e del non commerciale ai sensi delle legge USA.
In base al Copyright Act, il commercial advantage può essere, come nel caso del nostro scopo di lucro, directoppure indirect.
Nella definizione delle licenze CC, come noto, troviamo l'espressione commercial advantage (senza alcuna specificazione ulteriore) preceduta dalle parole primarily intended for or directed.
Ci siamo interrogati a lungo sul significato di questa frase (in italiano). E ci siamo dati una risposta. Ma, a questo punto, credo sia il caso di capire il significato della frase nella lingua e nel contesto giuridico originari.
Qui si parla del vantaggio commerciale tout court (diretto e indiretto) e si dice, in sostanza, che, se non c'è utilizzo sistematico non può esserci nemmeno vantaggio commerciale indiretto.
Con primarily intended for or directed toward commercial advantage, a mio avviso, si fa riferimento proprio alla immediate commercial motivation behind the reproduction or distribution rather than to the ultimate profit-making motivation behind the enterprise.
Allora: fermo restando l'obbligo di citare l'autore, se io prendo una canzone rilasciata con CC-NC e la pubblico su un blog in cui compare pubblicità o se un giornalista prende una mia foto rilasciata con CC-NC e la riproduce su un quotidiano, c'è senz'altro un qualche profitto, ma c'è anche una violazione della licenza?
Secondo me no: e questo è il confine che già è delineato nella licenza CC. Un confine che - come dicevamo - la Rete (in particolar modo gli intermediari: prova ne sia il fatto che, specificando sempre ciò che è non commerciale, vanno automaticamente a restringere l'area dei granted rights), ha cancellato.
Mi segnalano che nel libro Internet e il teatro - Risorse on line per gli operatori dello spettacolo (Schena editore) si parla di Copyzero. Eppure non ho pagato... :-)
La spiegazione è disumana: Prima, infatti, le performance da “teenager” di musicisti e attori perdevano protezione proprio nell’ultima (e meno “ricca”) fase della loro vita.
Infatti, un soggetto (io direi la casa di produzione, più che l'esecutore... e quindi non ha senso parlare nemmeno di vita di un uomo), che per 50 anni ha incassato ANCHE dalle vecchie performance, si appresta certamente ad affrontare la meno ricca fase della propria "vita".
Pensate che bello vivere fino a 120 anni e continuare a percepire compensi ANCHE per le performance effettuate 95 anni prima. Davvero essenziale per i miliardi di ultracentenari che popolano il mondo. :-)
Mi si mostrava questo documentoe un brivido mi percorreva le terga. Le licenzecreative commons sono nate per eliminare gli intermediari e tale sportello Liberius (occhio a prenderlo in faccia) propone agli artisti di guadagnare dalla circolazione delle proprie opere proprio attraverso intermediari. Siamo al paradosso più totale.
Anziché rafforzare gli strumenti giuridici e creare le piattaforme per uno scambio one-to-one, si descrive uno scenario in cui "l’opera circola su internet e viene ascoltata da una net label che sottoscrive un accordo con l’autore/artista per lo sfruttamento commerciale dell’opera, senza però chiederne l’esclusiva e con un riconoscimento all’autore del 50% delle entrate derivanti dall’allocazione nel mercato dell’opera".
Oggi l'autore dispone dei mezzi di produzione, di diffusione e di distribuzione delle opere, nonché dei mezzi di gestione dei diritti; e tuttavia c'è chi ancora vede nello sfruttamento operato dagli intermediari (che hanno costi ridottissimi e guadagnano il 50% dalla commercializzazione del lavoro psichico e fisico altrui) la strada che gli autori dovrebbero intraprendere per guadagnare. Roba da urlo di Munch. 8-O
Abbiamo chiamato questo sistema nuovo feudalesimo. Possiamo anche chiamarlo modello parassitario. Per scrivere quanto segue è bastato modificare la voce "parassitismo" presente su Wikipedia.
Le proprietà che identificano in generale un rapporto di parassitismo sono le seguenti: * il parassita è privo di vita autonoma e dipende dall'autore a cui è più o meno intimamente legato da una relazione contrattuale; * il parassita ha una serie di intenti semplificati rispetto all'ospite: fare soldi; * il ciclo vitale del parassita è più lungo di quello dell'autore e si conclude dopo la morte dell'autore; * il parassita ha rapporti con tanti autori; a sua volta questi possono avere rapporti con più parassiti.
Per scrivere quanto segue è bastato modificare la voce "feudalesimo" presente su wikipedia. Tra il serio e il faceto, le similitudini sono tuttavia inquietanti.
Il nuovo feudalesimo, detto anche "rete telematico-vassallatico-beneficiaria", è un sistema sociale che si affermerà in tutto il pianeta con l'imperialismo nipponico-americano. In senso economico sarà un'evoluzione della società post-industriale.
Il nuovo sistema feudale trarrà origine da due tradizioni simili: quella softwareliberistica dei fedeli che contornano il capo (o stalliere) e quella copyfree degli sfruttatori dell'ingegno altrui.
Verso la fine del XX secolo, con l'avvento di Internet e del file sharing, il copyright è piombato nell'insicurezza e nella difficoltà causata dalla mancanza di un potere di controllo centrale, causata da una vera e propria destrutturazione dell'organizzazione delle multinazionali, senza garanzia della salvaguardia dei propri diritti di sfruttamento economico, il tutto aggravato dalle nuove incursioni di hackers, pirati e liberi condivisori.
In questo contesto è nata "dal basso" la richiesta di nuove strutture di potere che vadano a colmare spontaneamente quei vuoti di potere apparentemente deferiti dal regime multinazionalistico. E' nato così il fenomeno dell'incastellamento degli autori, con la distribuzione commerciale di opere d'arte dove è presente l'ingegno del servo e la proprietà del signore locale (start-up). Le persone che gravitano attorno al castello sono tutte legate da precisi rapporti di dipendenza al signore. La "castellania" è la circoscrizione attorno al castello, che si inquadra a sua volta in unità imprenditoriali più vaste e consolidate, sino ad arrivare alle multinazionali, che, uscite dalla vecchia porta, rientrano dalla nuova finestra.
Elementi fondamentali del rapporto telematico-vassallatico-beneficiario.
A livello teorico sono tre gli elementi fondamentali e caratterizzanti del sistema telematico-vassallatico-beneficiario:
1. Elemento materiale: honor o beneficium dato in concessione dal dominus o senior al vassus; si tratta di un bene materiale (spiccioli e/o pubblicità). 2. Elemento personale-immateriale: la fedeltà personale del vassus è garantita da una licenza, l'homagium ("omaggio"): sorta di contratto con il quale il vassus dona il frutto del proprio ingegno al suo signore, il quale porrà su di esso nuovi diritti esclusivi. 3. Elemento giudiziario: il vassus acquista immunità giudiziaria, cioè il privilegio di non subire alcun controllo da parte dell'autorità pubblica.
Nella realtà il sistema dei nuovi rapporti feudali è ben più complesso della piramide: si può essere sottoposti a più signori, con gravi difficoltà, per esempio, quando due o più di questi signori entrano in conflitto tra loro. A tal proposito può essere utile il giuramento "ligio", cioè il riconoscimento di un legame prioritario con un determinato signore.
Dice De Martin: "Il 99% della conoscenza dell'umanità è nel pubblico dominio". Però omette di dire che gran parte delle opere nel pubblico dominio sono tuttavia soggette a diritti esclusivi. Le opere di Mozart sono nel pubblico dominio, ma non lo sono necessariamente le registrazioni delle opere di Mozart. Le opere di Dante Alighieri sono nel pubblico dominio, ma non lo sono necessariamente le traduzioni dei testi di Dante Alighieri (senza contare che la stessa impaginazione dei testi è oggetto di diritti esclusivi). Le opere di Bernini sono nel pubblico dominio, ma non lo sono necessariamente le immagini che le raffigurano (per non parlare dei diritti dei musei: non potete andare a Galleria Borghese e farvi la vostra "copia fotografica" del Ratto di Proserpina). Emblematica è la Torre Eiffel: non potete fotografarla di notte perché il sistema di illuminazione è sotto copyright. Per cui, come si trasmette il sapere se è lo stesso mezzo di comunicazione a "portarsi dietro" diritti esclusivi (diritti che, oltretutto, si sta cercando di estendere temporalmente)? Questo tema andrebbe affrontato e con estrema chiarezza.
A quel punto, potremmo incominciare a parlare di "sharing economy" e domandarci cosa accade quando un autore autorizza me, produttore di contenuti, a riprodurre la sua opera. Non è forse nella perpetuazione di diritti esclusivi ottenuti a costo zero e con lavoro altrui che si basa la "sharing economy"? Assolutamente sì: Joichi Ito docet. Un contentino all'autore, che già è soddisfatto per la pubblicità che gli viene fatta, e il pranzo è servito.
Questa impostazione (così come il "marketing della conoscenza", di cui si è parlato alla conferenza nazionale di cc.it) è molto distante dall'economia del dono (e - attenzione - l'economia del dono non è la dottrina della beneficenza). Ma è anche distante - e questo forse ha un rilievo maggiore - dalla rivoluzione culturale di cui l'open content è espressione in potenza. Il paradigma sinallagmatico (perdonate il parolone) resta fondato sul lucro, mentre sarebbe possibile fondarlo sull'etica, con vantaggio sia per il lucro individuale sia per l'evoluzione dei rapporti sociali. Non giudico, non porto ideologie, ma è bene descrivere le cose per quello che sono e mettere i "puntini" sulle c, sulle p, sulle d...
Un'inchiesta realizzata da 0format, laboratorio universitario multimediale di produzione videogiornalistica (Facoltà di Scienze della Comunicazione - Reggio Emilia).